La nuova frontiera del lavoro in Italia si chiama "stage" (leggetelo in francese). Lo stage aziendale nella sua natura vera dovrebbe essere un periodo formativo. L'azienda ti offre la possibilità di imparare cose nuove facendoti fare cose che di solito anche per l'azienda sono nuove. Una sorta di equo scambio: lo stagista avrà nuove competenze lavorando sul campo, non su case history, l'azienda ha un nuovo sviluppo.

La logica conseguenza è che se il progetto va a buon fine, visto che lo stage di solito dura non più di sei mesi, il suo proseguio verrà dato in mano alla stessa persona, internalizzandola. E fin qui è come dovrebbero andare le cose. Lo stage è un progetto formativo, iniziato da chi ha solo competenze generiche su quella determinata attività e finito, si spera, dalla stessa persona, ma con un bagaglio di conoscenze molto più ampio.

Nei fatti, visto l'attuale stato del mercato del lavoro che vede un'eccesso di offerta, le aziende hanno pensato bene di poter tirare il collo. Lo fanno tutte, grandi e piccole, in egual misura. C'è fame e il tozzo di pane purtroppo fa gola, quindi perchè offrire un pollo arrosto? Non solo, i datori di lavoro possono sperimentare di più. Magari danno come progetto di stage qualcosa di folle e insensato, se poi va male, chi se ne frega, tanto per quanto è costata.

A questo si aggiunga che una volta lo stagista era una persona con determinati interessi che voleva far diventare competenze. Ora invece è uno con determinate competenze che interessano all'azienda. Ma se il candidato deve già averle le competenze, che lo fa a fare uno stage? Risposta banale: con la promessa di un futuro migliore. Se mentre stai lì schiavizzato e con poco da imparare, fai vedere al padrone che sei bello e bravo, lui trasforma il tozzo di pane secco in un panino con la mortadella.

Ma perchè le aziende fanno tutto questo? Due risposte possibili:

  • Le aziende: il mercato del lavoro in Italia rende difficile la mobilità. I dipendenti costano troppo per poter rischiare di sbagliare candidato. Per essere certi della nostra scelta, e per il bene dell'azienda e degli altri lavoratori, dobbiamo cercare il mezzo più sicuro per arrivare alla persona giusta.
  • Il buon senso: in tempo di crisi molte aziende hanno trovato il modo di minimizzare i costi aziendali e spostare il rischio di impresa dal management allo stagista. Costi bassi, produttività alta sotto il ricatto / la promessa di un futuro migliore. Acquisizione di know how a basso prezzo (gli stagisti devono già avere certe competenze).

Chi ha ragione dei due?! Ah, ognuno di ragione si fa la sua. Ci mancherebbe. Però qualcuno dica ai trop manager italiani che in Italia un contratto con 60 giorni di prova non è cosa strana. E se dopo due mesi il tizio non ti piace puoi mandarlo legittimamente a casa. Inoltre le aziende con meno di 15 dipendenti, quelle che "noi siamo piccoli e neri ed assumere è troppo difficilissimo" possono licenziare agilmente ed il licenziamento in se non può portare a cause in tribunale. Come esistono anche i contratti a termine, stagionali per certe attività.

Insomma, diciamocelo, lo stage per conoscerci è una truffa bella e buona. La legislazione del lavoro, seppur vero essere a volte troppo pressante con i datori di lavoro, offre molte soluzioni per una posizione che si apre, molte più di quelle che ho scritto qui. Se poi le aziende non vogliono rischiare, o peggio pensano di far scontare il loro rischio di impresa sui poveri cristi, beh, fate un favore a voi stessi, cari manager: andate a lavorare! O a fare uno stage formativo sul management aziendale ;)

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# 1
Bellissimo questo post!
Bisognerebbe aggiungere che questo "sistema d'assunzione" è talmente diffuso che esistono ormai stage per netturbini e potatori...

Un dipendente costa, è vero, e si fa presto a parlare di rischio d'impresa come se significasse solo chiudere una pratica in Camera di Commercio se va tutto a rotoli, ma come ex-dipendente, ricordo bene che la cosa che meno sopportavo era la presa in giro di veder chiamato con un nome diverso il lavoro che facevo: questa storia dello stage non è nuova, ma negli ultimi anni è stata portata all'eccesso. Di fatto è lavoro vero e proprio pagato con un volgare rimborso delle spese.

Di fatto le aziende cercano di applicare il mitico sistema di ottenere tutto senza dare nulla in cambio: non possono permettersi un dipendente e così anziché pagare una ritenuta d'acconto o una fattura (il 20% in più), oppure avviare un progetto (il 33% in più), preferiscono non pagare nulla e magari farsi rimborsare lo stage da qualche ente pubblico, ottenendo anche di guadagnare materialmente del denaro in più.
Di Claudio  (Inviato il 17/11/2009 @ 10:46:28)
# 2
@ Claudio: infatti, cercano di rispondere ad un esigenza vera con uno strumento improprio. Sinceramente il danno non è solo per lo stagista, ma per lo sviluppo stesso dell'azienda.

Pagare, premiare e dare il giusto a chi fa un giusto lavoro è cosa imprescindibile per ogni realtà economica: se non si remunerano e non si investe adeguatamente sui fattori produttivi, allora i risultati saranno scadenti.
Di davidonzo  (Inviato il 17/11/2009 @ 13:29:24)
# 3
sono anni che mi sgolo per sensibilizzare le persone a valorizzare lo stage e la PERSONA che ci sta dietro.
visto come stanno le cose, credo di non essere molto efficace!
comunque ho segnalato il tuo post qua:
http://giobicop.amplify.com/2009/11/24/stage-la-frontiera-del-lavoro/
spero ti faccia piacere
Di Giobicop  (Inviato il 24/11/2009 @ 18:52:07)
# 4
Ciao Giobicop,

Grazie per la segnalazione, fa molto piacere. Spero sia chiaro che non è lo stage in quanto tale sotto accusa, ma l'uso malsano che se ne fa.
Di davidonzo  (Inviato il 25/11/2009 @ 00:43:37)


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